Era li, riverso su se stesso, in una pozza di sangue purpureo. Ansimava forte e teneva gli occhi leggermente aperti, fissando nel vuoto con quel poco di forza che gli rimaneva in corpo. La bocca si muoveva piano. Voleva dirmi qualcosa ma non fece in tempo. Morì li, sotto i miei occhi. Scossi quel fisico perfetto, urlando. Gli tenni la testa e la strinsi al petto. Non volevo crederci, non poteva finire così. Piansi.
”Se quel giorno non fossi stata mandata da te, forse, ora sorrideresti ancora alla vita, con quel tuo modo di fare sornione e dissacrante. Sorrideresti ad una donna, una donna vera, di quelle in carne ed ossa, senza ingombranti attributi come l’immortalità. Una donna diversa da me, ma che forse ti avrebbe reso felice.
Anche allora non riuscivi più a parlare. Anche allora i tuoi occhi sembravano stare aperti forzatamente. Cercavi di nascondere il dolore, ma le espressioni del tuo volto meraviglioso ti tradivano. Si, anche divorato dalla sofferenza avevi qualcosa di divinamente irresistibile. Forse è per questo che venni travolta dal tuo essere così diverso, e nello stesso tempo così speciale.
Eri li, dinanzi al corpo senza vita di tua madre. E piangevi sommessamente. Non volevi che gli altri ti vedessero, né che la tua sorellina capisse che la mamma era morta dopo lunghissimi tormenti invece di essere volata in cielo, in un mondo più felice. La sua malattia non le aveva lasciato scampo. Non potevi sapere che in realtà siamo stati noi a portartela via, quelli come me, che decidono su tutto e su tutti quaggiù, nel tuo mondo. Era arrivato il momento ed io te l’ho portata via. Ora vive dove vivo io, ma tu non puoi saperlo, non più. Non dovevo dirtelo. Ma soprattutto non potevo.
Ho sempre creduto ingenuamente che un giorno mi sarei potuta confondere tra di voi, che con il vostro modo di essere mi avevate da sempre intrigata. Solo conoscendoti ho capito quanto fosse limitata la mia esistenza.
Quel giorno ti ho sfiorato il capo mentre stringevi il corpo senza vita di tua madre. Al funerale ti ho tenuto la mano. La notte, quando avevi gli incubi, ti sono stata accanto. Non te ne sei accorto vero? Non potevi. Non sono mai esistita per te. Hai saputo vendicarti bene. Mi hai rubato il cuore e non so quante volte tu me l’abbia trafitto. Ma mi hai fatto anche un grande dono: mi hai resa più umana. Mi hai fatto conoscere l’amore. E con esso il dolore. Gli antipodi di ciò che prova un essere umano.
L’angelo lasciò andare il corpo inerme e raccolse la pistola da terra.
”Non mi restava altra strada che questa. Credevo che sarebbe stato come con tua madre. Credevo di poter decidere della tua vita. Avrei potuto averti nella mia esistenza finalmente. Ti avrei ricongiunto a tua madre e avrei potuto consumare quel sentimento che per troppo tempo ho sentito dentro. Saremmo stati felici. Non avevo pensato che l’egoismo non può che uccidere l’amore. Ti ho strappato alla tua vita terrena ed ora, per colpa mia, saremo divisi per l’eternità. Rimango intrappolata in questo corpo umano di cui mi sono servita per ucciderti. Volevo renderti mio per sempre. Ahimè, ho inciso nell’infinito solo una nuova tragedia dove la pregustazione di ciò che sarebbe stato mi ha fatto perdere di vista ciò che realmente poteva succedere.”
Accarezzava l’arma del delitto affettuosamente, come fosse stata una compagna fedele.
”Ma non posso sopportarlo”
Un colpo. Un tonfo. Un altro corpo a terra. Quello di una bambina che aveva appena perso la sua famiglia. La madre e il fratello maggiore si erano ricongiunti. Lei avrebbe scontato le sue colpe nel limbo dei suicidi.
Perché amore a volte è follia e passione. Perché amore dovrebbe essere anche rinuncia. Perché amore è pensare prima agli altri e poi a se stessi ma a volte si esprime con egoismo e possesso. E si ferisce chi non c’entra nulla. E si distrugge quanto di bello si è creato o idealizzato.
”Lascia che un sogno meraviglioso rimanga tale. La realtà potrebbe sgualcirlo”.
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